Se il posteggiatore e’ quel cantante che fornisce una colonna sonora ai nostri momenti conviviali, mentre siamo a cena con una ragazza o a pranzo con gli amici… ebbene, oggi siamo tutti posteggiatori, quando ci affacciamo dalla tv o cantiamo da un disco, mentre la gente e’ affaccendata in tutt’altro e ci ascolta distrattamente. Con la differenza che il posteggiatore in carne ed ossa stabiliva un contatto anche umano con i suoi ascoltatori, mentre il posteggiatore elettronico sembra procedere in una realta’ distaccata e lontana.

A Napoli il posteggiatore e’ anche il custode di una tradizione e di un modo di intendere la musica che alcuni studiosi fanno risalire alla fine del cinquecento, ma che ha avuto il suo maggior successo soltanto tra la fine del secolo scorso e l’inizio del novecento.

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Io che non ho nessuna autorizzazione per custodire questa tradizione o per esserne l’interprete, sono un “posteggiatore abusivo”. Ma ho provato l’emozione, nel riprendere i vecchi motivi, di materializzare invisibili fantasmi, di ascoltare un suono metafisico, una vibrazione del passato. E questo accade quando il canto lascia riaffiorare una antica melodia e la voce per un attimosi spezza, esita come se stesse per trasformarsi in pianto o in lamento. E’ solo un momento, poi la voce torna a viaggiare sulle ali della musica… e pero’ e’ come se avesse che la poesia ha a che fare necessariamente con la tristezza ed il rimpianto. E forse in questo c’e’ il fascino delle antiche canzoni napoletane.

gragnaniello.jpg                   Enzo Gragnaniello